recensione civil war

Alex Garland dimostra nuovamente che il cinema di genere non è morto e non è privo di significati quanto mai allarmanti. Il suo Civil War è quanto di più spaventosamente attuale si possa pensare, riflette le vere paure dei nostri anni lasciando poco spazio alla fantascienza ma ci ancora ad un “possibile” che ci fa riflettere su quelle che possono essere le nostre reazioni in una situazione catastrofica. Chiaramente per Garland, ormai affermato regista e sceneggiatore che ci ha portato tra i più interessanti progetti sci-fi degli ultimi anni quali “Annihilation” ed “Ex-Machina” ed ha firmato la sceneggiatura di due grandi opere del compatriota Danny Boyle “28 giorni dopo” e “Sunshine”, la risposta è l’apatia.

Gli Stati Uniti sono crollati in una devastante guerra civile che vede contrapposte le Forze occidentali guidate dal Texas e la California e ciò che resta della centralità governativa americana guidata da un dispotico presidente (Nick Offerman). In uno scenario di brutale guerra fratricida la fotografa di guerra Lee Smith (Kristen Dunst) insieme ad una squadra eterogenea composta da Joe (Wagner Moura) il suo report e compagno di viaggio, Sammy (Stephen McKinley Henderson) il suo vecchio mentore e Jessie (Cailee Spaeny) una giovane aspirante fotografa che vede Lee come un’eroina, diretti verso Washington D.C. per catturare quelle che sembrerebbero essere le ultime battute del conflitto.

la scrittura di Civil War è forse un dei suoi punti più forti. È curata e coerente, tutti i personaggi hanno la loro utilità nella storia e ognuno di loro è cambiato alla fine del viaggio. i due personaggi che spiccano di più sono ovviamente Lee, interpretata da una glaciale Kristen Dunst, e Jesse, una Cailee Spaeny che nei mondi apocalittici sembra aver trovato uno spazio comodo dopo “Pacific Rim” e “How it ends”. La dinamica del loro rapporto è la parte migliore del film, da una parte la veterana che ormai vede il mondo e la violenza solo dietro l’obiettivo della sua camera come soggetti del suo sguardo nichilista e la nuova arrivata che è di fatto la nostra guida in un mondo sconosciuto e che come noi ne subirà la ferocia, spaventosa ed eccitante. Lo scopo di Garland non è raccontare i retroscena politici di un mondo distrutto ma il punto di vista di chi ha deciso di riportare la storia in modo neutro, senza prenderne parte o dare opinioni personali su quanto accaduto per arrivare a quel punto. Non esiste una reale divisione tra “buoni” o “cattivi”, ci sono solo soldati spietati, di cui Jesse Plemons diviene il memorabile epiteto nonostante il breve screentime, e civili ridotti allo stremo. La regia di Garland è posata, mai caotica e quasi documentaria per rispettare la visione realistica e anti-spettacolare del film. una fotografia impeccabile e a tratti poetica in alcuni giochi di luce curata da Rob Hardy già collaboratore di Garland in nelle due opere precedenti. In conclusione Civil War è un film da non perdere, pieno di significato e il cui scenario ipotetico faticherà a lasciarvi indifferenti.

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